La “Villa Quiete Verde”… di Guido Pasini

Condividi
  • 20
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

La Villa Quiete Verde

Penso che tutti quelli che si apprestano a leggere quanto ho scritto diranno: ma di quale villa si parla, dove si trova e perché degna di un racconto?

Non è una villa storica, è solo stata la casa dove ho abitato con la mia famiglia d’origine e poi con la mia fino al 1984.
Dalla via Monte Titano, nel Borgo Sant’Andrea oggi Borgo Mazzini, la mia famiglia si trasferì nel 1953 a Marina Centro dove con tanti sacrifici era stata costruita una villa di due piani più seminterrato. All’inizio era una villa isolata, tutto attorno c’erano erbacce; piano piano furono costruite altre ville e al posto di un capannone una palazzina di cinque piani. In quel capannone era venuta “alla luce” e io fui testimone oculare quando uscì e fu trasportata con grande fatica la mitica “macchina fotografica”, quella che ancora oggi sfida le intemperie o il sole cocente nel piazzale del Grand Hotel.

Il babbo aveva costruito la villa grazie ad un mutuo ventennale che però a causa di un errore tecnico si materializzò in quinquennale. La coperta era corta per far fronte all’impegno economico; la famiglia viveva dello stipendio di ferroviere del babbo che veniva rinforzato dai corsi serali che il babbo teneva nella stanza più grande del seminterrato. Per la verità con noi viveva lo zio paterno, che noi bambini chiamavamo nonno, pensionato delle ferrovie….non ho mai saputo, anche perché avendo 10 anni non mi interessavo ai problemi economici familiari, se anche lui contribuisse alla cassa di famiglia.

Tornando agli studenti dei corsi serali; i frequentatori delle lezioni del babbo erano o disoccupati, o operai o contadini e spesso non avevano risorse finanziarie. Alcuni si sdebitavano portando i prodotti dei loro campi ma era sempre più consueto che il babbo rimandasse tutto “a quando sarai assunto…”. 
Ho parlato in altra occasione della lunga malattia di mio fratello Vittorio che, ahimè inutilmente, sottrasse grosse risorse economiche alla famiglia. 
Perciò la mia famiglia nei periodi estivi scelse di ritirarsi nel seminterrato affittando la restante villa ai “Signori” che venivano da Bologna. Il seminterrato occupava lo stesso spazio dell’appartamento sovrastante e veniva utilizzato come cantina, lavanderia, garage e in una stanza un piccolo laboratorio per il “fai da te” del babbo. Ci adattavamo alla nuova situazione con facilità e poi, gli ambienti erano freschi rispetto alla temperatura esterna.

Dal 1958 la villa fu adibita a pensione con il nome “Villa Quiete Verde”. Era senz’altro tranquilla essendo ubicata in viale Astore (viale senza uscita verso la città, proseguimento di viale Cappellini, il viale del Teatro Novelli); per il verde, forse era più al “verde” il portafoglio dei proprietari che la villa stessa anche se nel giardino che la circondava non mancavano piante. Per i primi tre anni fu data in gestione, poi gestita direttamente dai miei familiari. Erano solo 10 camere e a tavola 30/40 coperti. La conduzione era assolutamente familiare, mamma era la cuoca e gestiva la cucina e l’intera pensione come avrebbe fatto con la sua famiglia e tanta era la soddisfazione dei clienti che ogni anno ritornavano portando altri clienti. Molti poi sono diventati amici di famiglia.

Quale era il mio ruolo in questo ambiente? L’intrattenitore alla “Fiorello” prima maniera, aiutavo in sala, tenevo il registro delle presenze e ne compilavo le schedine da consegnare all’Azienda di soggiorno, la corrispondenza, gestivo l’occupazione delle camere, per quel che potevo essendo impiegato presso la Cassa di Risparmio di Rimini come impiegato straordinario per il periodo estivo. La sera, dopo cena, mi intrattenevo con i giovani e le giovani ospiti non facendo mancare piccole escursioni nei centri rivieraschi e nell’entroterra a bordo della 1100 D del babbo.

Ero assolutamente ingenuo e genuino, non artefatto e giunto a questo punto della mia vita, ripensandomi, aggiungo timido ed imbranato. Parlando con un’ospite della pensione, sposata ed in vacanza da sola, ma con la famiglia della sorella, proposi di farle vedere, come avevo già fatto tante volte con tanti villeggianti, la Riviera di Rimini dall’alto in notturna salendo sul Covignano e precisamente dalla balconata di San Fortunato; la signora fu entusiasta dell’idea. Parlando con altri ospiti, poichè la macchina del babbo offriva altri posti, estesi l’invito per completare il carico. Dopo cena, al momento della partenza, la signora quando si rese conto che non si andava soli, con una scusa nemmeno tanto velata, non volle far parte della comitiva……evidentemente le sue intenzioni erano ben altre, ma io ingenuo non le colsi. Le occasioni per rimorchiare furono tante e gli adescamenti, pure. Pur non essendo mai stato un bel fusto fui preso di mira diverse volte con tutte le scuse possibili la più classica quella di farsi portare in camera delle bibite fresche, immancabilmente le signore, più che le signorine, si facevano trovare in costume da bagno e non nascondevano le loro intenzioni; venivano soprattutto dal Comasco e dal Bresciano. Molti forse a questo punto vorrebbero leggere il seguito, ma vi dico subito che non ho medaglie alla Zanza da appuntarmi sul petto e poi questi particolari sono intimi e rimarranno solo miei nei miei ricordi. 

Pur essendo una piccola pensione fra gli ospiti ricordo alcuni nomi eccellenti quali il regista televisivo che in quel periodo andava per la maggiore con i suoi sceneggiati: Sandro Bolchi che aveva due cagnolini bianchi di nome uno Beauti e l’altro Ful e chiamandoli insieme veniva Beautiful; lo sceneggiato omonimo doveva ancora nascere. Poi la soprano Wilma Vernocchi quando muoveva i primi passi nella lirica, poi tanti professori d’orchestra di cui non ricordo il nome e che venivano tutti gli anni in occasione della Sagra musicale, poi il giornalista Longo, poi un giovane chef del Chez Maxim’s di Parigi, Claude Marcetteau che non finiva di lodare i piatti serviti a tavola, poi tanti altri per i quali la memoria fa cilecca. Claude in una occasione si cimentò, dopo non poche insistenze, nel “Coq au vin” dove al posto del Bordeaux utilizzò il nostro Sangiovese.

A proposito di presenze: l’incaricato dell’Azienda di soggiorno al controllo dei registri era un mio compagno di scuola, Ferdinando o Fernando (?) Fiori, conosciuto dai Riminesi come NADI e per essersi dato alla ristorazione avendo successivamente aperto e gestito per tanti anni con il fratello il ristorante “La Taverna degli Artisti”. 

Tornando alla mia attività di intrattenitore nella vita della pensione; memorabili, a detta di molti, le mie “cacce al tesoro” notturne e a piedi che organizzavo partendo dalla pensione per svilupparsi sulle strade limitrofe fino ad arrivare al Grand Hotel, A queste cacce partecipavano tutti gli ospiti e le squadre venivano formate con sorteggio avendo come prima scelta un ospite italiano poi venivano gli altri così che si trovavano a giocare insieme italiani, inglesi, francesi e in una occasione anche dei giovani vietnamiti di passaporto inglese; persone che non si capivano con la lingua ma certamente uniti con la voglia di divertirsi. 
Le cocomerate notturne sulla spiaggia, le passeggiate sulla battigia al chiar di luna, i bagni di mezzanotte….. Le barzellette, gli scherzi, gli innocui gavettoni, i giochi di società, le penitenze, tutto molto semplice e direi addirittura ingenuo.

Una penitenza che ricordo: si prendeva un ombrellone, quelli grandi che venivano dati in omaggio dalle ditte che fornivano le bibite, a quello si appendevano dei campanelli e con quello il penitente doveva arrivare al mare seguito come fosse una processione da molti villeggianti. Come detto era un modo di divertirsi sano che coinvolgeva tutti dai bambini, dai giovani, agli adulti e ai vecchi che venivano indicati, da noi ragazzini, “matusa” e con il progredire dell’età “semifreddo e freddo”. 

La Villa Quiete Verde cessò di essere pensione nel 1967; nel 1969 mi sposai e andai ad abitare al secondo piano dove il babbo aveva ricavato due appartamenti indipendenti: in uno ci abitava la mia nuova famiglia e l’altro dato in affitto fino a che passò a mia sorella quando si sposò. 
Nel 1984, dopo la morte della mamma, per motivi economici e per difficoltà a dividere l’immobile fra i fratelli, la VILLA QUIETE VERDE con molto rimpianto fu venduta e la mia famiglia si trasferì nella frazione di Miramare dove tutt’ora risiede.

Nelle foto, a cominciare dalla prima: i miei genitori sulla terrazza della villa nell’ottobre 1968; la famiglia vietnamita Dai in gita con il babbo che tiene in braccio i due piccoli Lyn e Yan a San Marino; l’amico chef Claude.
Immagine in evidenza:  gruppo di giovani in allegria; con la bottiglia alla bocca sono io, alla mia destra la soprano Wilma, sulla sedia quasi coperto lo chef Claude, alla sua destra la sua ragazza, poi moglie, Marie Gabrielle ed altri amici di vacanza! 

Guido Pasini

Ph. Guido Pasini

 


Condividi
  • 20
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Commenti

mood_bad
  • Ancora nessun commento.
  • chat
    Aggiungi un commento