La barca di Leo Gori recuperò 16 militari italiani in fuga da Pola Istria

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Gianpiero Gori racconta una storia vera, accaduta al padre Leo detto squarcia, dove i protagonisti, oltre ai marinai bellariesi che si distinsero per il loro coraggio,furono proprio dei soldati italiani in fuga dall’Istria dopo 8 Settembre del 1943.

Erano le 2 di notte del 16 Settembre 1943 quando il peschereccio PENSATE PER VOI pescava al largo del delta del fiume Po a circa 20 km dalla costa. La notte era buia per la mancanza della luna e la pesca si effettuava a luci spente per paura d’incursioni aeree.

Il parone (comandante) Leo Gori, soprannominato Squarcia, della famiglia dei Piset, stava riposando nella sua cuccetta con parte dell’equipaggio composto da Sauro Giorgetti, detto Piccari, Primo Vasini, Piron ad Manghira, Silvano Onofri, Bagen ad Barslon, Vincenzo Vasi Vincents, motorista di Rimini e Dino Foschi Dino dla Gneca. Al turno di guardia c’erano Ferruccio Gori Puien ad Piset, fratello di Leo e Sergio Vannucci Nalucchi de Vaglion.

D’un tratto, al traverso della barca, Sergio intravede due lampi di luce e avverte il comandante: Squarcia, Squarcia, vin fura, ho vest du lemp a frael (vieni fuori, ho visto due lampi a mo di faro). Leo sale in coperta e vede di nuovo i due segnali e risponde con altri due.

Dalle tenebre arriva la domanda: Chi siete? E Leo risponde: Siamo dei pescatori. A quel punto un urlo di gioia rompe il silenzio: siamo salvi. Poco dopo la piccola lancia di sette metri con a bordo 16 persone si affiancava al peschereccio bellariese.

Il gruppo era composto da 15 militari di marina, tra cui il maresciallo Boldi di Verona e un militare dell’aeronautica, tutti in servizio sull’isola di Brioni, al largo di Pola. I militari, dopo l’8 di Settembre del 1943, giorno della resa dell’Italia nell’ultimo conflitto mondiale, per evitare d’incontrare truppe tedesche, che sicuramente li avrebbero deportati nei campi di concentramento, decisero di appropriarsi di una lancia lunga sette metri, colorarla di nero e attrezzarla con una vela.

Il gruppo di militari avevano con se una borsa di patate lessate e una damigiana d’acqua e tutto l’Adriatico da attraversare. Navigarono per due giorni e mezzo. Mio padre, Leo Gori, comandante della nave, sapeva bene i rischi che correva a portare dei militari italiani, i tedeschi li avrebbero sicuramente catturati, ma volle lo stesso portare in salvo i 16 militari in fuga dall’Istria, sapendo di rischiare di persona.

A quei tempi il porto di Bellaria non era controllato come quello di Ravenna o Cesenatico, decisero allora di puntare su Bellaria. Durante il lungo viaggio di ritorno rifocillarono i loro ospiti con una buona pastasciutta, brodetto, spiedini, pane e vino che i marinai avevano nella loro ligaccia (algheza).

Alle nove del mattino erano ancorati al largo di Bellaria. Un figlio di squarcia, Guidone, che aveva solo nove anni, vedendo la barca del babbo al largo, si tuffò e raggiunse il peschereccio per abbracciare il padre che subito gli raccontò dei militari italiani che aveva a bordo.

I militari furono tutti sbarcati, a piccoli gruppi vestiti con abiti borghesi e raggiunsero le loro abitazioni sparse in tutta Italia, dalla Sicilia al Veneto. Ricordo che mia madre utilizzò un abito della marina militare, lasciato sulla barca dai soldati in fuga, per adattare un vestito a mio fratello Guidone il giorno della cresima.

Un atto questo di grande coraggio e di generoso altruismo.

Gianpiero Gori


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