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“Che bella età la terza età” cantava negli anni ’60 Marcello Marchesi nel programma TV “Il Signore di mezza età”.

Sarà perché ho più tempo per me, sarà perché arriva il tempo delle ricordanze, sarà……..mi ritrovo a scavare e filosofare del passato e a considerare quanto il destino mi ha apparecchiato.

Ieri mi sono venuti in mente i gatti; direte, cosa centrano i gatti? Ve lo spiego.

Dicono che i gatti abbiano 7 vite; pensate che noi umani ne abbiamo di meno?

Io ne ho avute almeno 3 accertate e tante altre indecise.

Sono nato nell’aprile del 1943, in tempo di guerra, terzogenito. Avevo pochi mesi e con la famiglia (mancava solo il babbo che prestava servizio militare nel sud Italia) siamo sfollati a Monte Tauro. Forse per l’igiene carente, la promiscuità della vita nel rifugio o altro mi ammalai di gastroenterite acuta. Mi hanno detto che deperivo a vista d’occhio e mi scioglievo in ….cacca.

Non si trovavano le medicine e piangevo dal dolore in continuazione. In seguito la mamma mi disse che ero sul punto di morire. Non c’era niente da mangiare tranne uva e piada, certo non adatti alla mia malattia. Ma la mamma: “e burdel sla da murì l’è mei che muoia a panza piena”. E così mangiavo piada e uva. Fortunatamente e fortunosamente una cara amica della mamma rimediò le medicine; e ora sono qui a raccontarlo.(la 1a vita)

Un racconto nel racconto: non esistevano i pannolini usa e getta, si utilizzavano delle pezze di tela che dovevano essere lavate ogni volta. Nel rifugio era impossibile farlo e mamma quando poteva, usciva e li lavava. Un giorno nel rifugio entrarono dei soldati tedeschi fuggiti dal fronte, affamati e in male arnese.

Con maniere poco ortodosse ingiunsero di consegnare i pochi bagagli che i rifugiati avevano con sé e vi frugarono dentro prendendo tutto quello che trovavano; alcuni avevano nascosto anche quei pochi gioielli di famiglia che avevano con sè. Arrivati nella borsa della mamma trovarono le pezze sporche e tralasciarono di cercare oltre. Furbescamente la mamma all’arrivo dei soldati, vi aveva appoggiato sopra le pezze salvando i pochi gioielli e due soldi.

Avevo 11 anni e con la mamma stavo recandomi in chiesa a San Nicolò, quando dalla parte opposta della strada incontrammo la zia. Senza fare alcuna attenzione, d’impeto attraversai. Una grossa motocicletta con targa straniera sopraggiungeva da monte verso mare; con una manovra riuscirono ad evitarmi, ma il bagaglio che era caricato sul portapacchi e che sporgeva mi colpì gettandomi a terra. Grande spavento ma le conseguenze fortunatamente non furono gravi anche se rimasi dolorante per molti giorni.

Grazie alla prontezza e abilità del motociclista……..continuai a vivere.(la 2a vita)

Alle 05.50 del mattino del 13 agosto 1994, la mia vita e quella della mia famiglia subì un improvviso cambiamento. Stavo recandomi al lavoro per il turno 06.00 – 13.00 in stazione di Rimini in sella ad una bici mosquito quando, passato l’incrocio con via Pascoli ed in prossimità dell’incrocio con via Tripoli, di fronte alle case popolari, venivo violentemente tamponato da una auto guidata da uno sbandato che non era ancora andato a dormire, fatto di droga e che molto probabilmente si era addormentato guidando a forte velocità.

Testuali sue parole dette ai carabinieri intervenuti: “andavo forte e non l’ho visto”. Penso che a quell’ora a circolare su quella strada fossimo solo noi due. Volai letteralmente per aria e ricaddi fortunatamente non sull’asfalto ma sul cofano di una macchina che era lì parcheggiata; il cofano attutì la caduta ed oggi sono qui a ricordarlo (3a vita). Mi hanno raccolto quasi a pezzi: commozione cerebrale e tutti gli arti ridotti male: ginocchio destro con tutti i legamenti rotti, fratture varie nell’altra gamba, spalla lussata e fuori sede, polso della mano sinistra fratturato.

Rimesso quasi in sesto dopo 90 giorni di ricovero ospedaliero e due interventi chirurgici, ne porto ancora le conseguenze; ma, come detto, ci sono ancora. Dichiarato inidoneo al lavoro nel servizio di Capo Stazione, mi fu proposto quello di segretario non a Rimini, ma a Bologna. Rifiutai e chiesi di andare in pensione e nel maggio dell’anno successivo diventai un ancor giovane pensionato. Non mi fu riconosciuto l’infortunio in itinere perchè, a detta della Sede Compartimentale di Bologna, da Miramare, dove abitavo, avrei dovuto servirmi dei mezzi pubblici e più specificatamente del treno.

La altre vite? Penso ce ne siano state tante anche se meno eclatanti dovute a disattenzioni personali o di terzi. Come diceva il babbo: evidentemente sul calendario non era ancora stata scritta la parola FINE.

Guido Pasini


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